architetture di carta

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architetture di carta

Lavorare è sempre più difficile.
O meglio: lavorare come architetto è sempre più difficile.

Non ho mai voluto lavorare per qualcun altro, convinto che il prestigio della mia scuola e del mio studio potessero valere qualcosa di per sè. Ovviamente mi sbagliavo. La contingenza nazionale e internazionale legata alla “crisi” economica, finanziaria e di valori ha sovvertito un sistema che, nella nostra professione – ma non solo – era naturale. I giovani architetti lo sanno: lavorare appena usciti dalla formazione equivale a svendere il proprio patrimonio di sapere e, in alcuni casi, anche la propria dignità.

Abbiamo atteso tempi migliori ma è diventato drammaticamente evidente che questi tempi migliori non verranno. Almeno non nell’arco delle nostre aspettative di emancipazione.

Nel frattempo tutto il potenziale creativo che abbiamo coltivato in anni di studio spinge per uscire e in pochi casi riesce a trovare una forma. Una forma che però spesso rimane sulla carta.

Gli anni ’80 hanno inventato l’acquisto della casa su carta: comprare un immobile non ancora esistente (di cui non si è i committenti) sulla base di un progetto generalista. Uno dei primi segni del crollo del sistema di relazioni che sta alla base dell’architettura: il rapporto fra il committente e l’architetto (e il costruttore).

Un passo alla volta il sistema che ha generato la compravendita su carta ha saturato il territorio, riempito l’Italia di case – di brutte case – che avevano l’unica istanza di generare profitto per l’impresa, non per dare una casa a qualcuno. Oggi non c’è più nulla da costruire e noi siamo architetti sulla carta, inattivi nel concreto.

I nostri progetti rimangono sulla carta, come sulla carta è scritto il nostro sapere inutile.

Per poter cambiare è necessaria una rivoluzione culturale prima di tutto nostra, di categoria. Generazionale ma non solo.
L’architetto ha le risorse creative per poter affrontare qualunque cosa.
Sono anni che penso che “la creatività risolve”.

Non ho ancora smesso di crederci.